Abstract
Questo contributo analizza il ruolo di Hodeida (al-Ḥudayda) nel Mar Rosso ottocentesco attraverso l’incrocio di fonti ottomane, britanniche e italiane, interpretandolo come un caso emblematico di modernità periferica in un contesto di competizione imperiale multilivello. Lungi dall’essere un semplice margine imperiale, il porto yemenita costituì uno spazio di negoziazione tra centro ottomano, potenze coloniali europee ed élite locali, in cui si manifestarono con particolare evidenza i limiti e le possibilità dell’“imperialismo difensivo” praticato da Istanbul. L’analisi mostra come la mancanza di infrastrutture strategiche — telegrafo, collegamenti ferroviari, strutture portuali moderne — fu il risultato non solo di carenze finanziarie, ma di scelte amministrative selettive maturate entro vincoli politici e ambientali. Hodeida emerge così come osservatorio privilegiato per comprendere le modalità attraverso cui l’impero ottomano cercò di preservare la propria sovranità in un’area sottoposta a pressioni coloniali crescenti, pur mantenendo modelli locali di governance e forme regionali di economia e scambio.